Il mondo delle fiabe

Le fiabe sono vere. Sono prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi. (Calvino, Fiabe italiane, 1956).

All’interno della letteratura psicologica e pedagogica dei racconti di Mugabo Uwihanganye Jean Claude Mandatville, é interessante lo studio che ne fa della fiaba e della narrazione per coinvolge i bambini fin dalle primissime tappe evolutive. In particolare, l’ottica del suo lavoro, ha attenzionato la valenza educativa e pedagogica della fiaba in età prescolare affrontandone anche la sua funzione riabilitativa.

I 4 racconti ( PEPE PEPE, IL GIRO DEL MONDO ATTRAVERSO LA FIABA, CATERIANA FATA ZANZARINA – Natale allo specchio, La favola della vita) sono frutto di un’interpretazione simbolica della vita, rappresentano uno strumento efficace con cui l’adulto può indirizzare il comportamento infantile e attraverso cui il bambino può dare ordine alla sua casa interiore.
Queste 4 fiabe cattureranno l’attenzione del piccolo, lo divertiranno, susciteranno la sua curiosità, sviluppando il suo intelletto, amplificheranno le sue emozioni e placheranno le sue ansie suggerendo al contempo soluzione ai problemi. Il racconto delle fiabe e la lettura ad alta voce concorrono indubbiamente a stimolare nei bambini la competenza narrativa del “raccontare e raccontarsi”e ad avvicinare i bambini al mondo dei libri. Quando l’adulto aprirà e leggerà uno di questi libri di fiabe, per il bambino questa carta stampata diventerà una sorta di “scrigno”, contenitore di cose straordinarie che lo faranno sognare ad occhi aperti. Con questo proposito l’apprendimento della lettura può essere percepito come un potere magico in grado di aprire questo scrigno. La fiaba non è “tutto” quel che serve al bambino, ma è sicuramente un mezzo in grado di stimolare la sua “creatività” sinonimo di “pensiero divergente”. Le fiabe servono alla matematica, alla poesia, alla musica, all’apprendimento della lingua, a costruire la pace con se stessi e con gli altri….. Ogni adulto che si rivolge verbalmente al bambino, mentre invia messaggi contribuisce a costruire modelli linguistici che, se presentati all’interno di una favola acquisiscono carattere di maggiore durata per l’incisività emozionale che promuove; è proprio per questo motivo che la fiaba si pone come tecnica di stimolazione linguistica per favorire nei bambini lo sviluppo e il recupero fonologico, morfo-sintattico, lessicale e pragmatico.

Cos’è la fiaba? Quali sono le sue origini? Intorno alla funzione educativa della fiaba si è scritto tanto, in pedagogia come in psicologia; in antropologia come in psicoanalisi: la fiaba è metafora della vita dell’uomo e della realtà in cui il bambino vive, ne è stato messo in evidenza il carattere storico e psicologico. Il contenuto simbolico della fiaba, in questa prospettiva, non può che rappresentare, sotto il velo della metafora, gli aspetti della realtà. (V. Propp, 1966) [2]. È proprio questa dimensione del congegno fiabesco a essere educativa, in quanto, mentre trasmette modelli di comportamento, la fiaba risponde a un bisogno psicologico profondo del bambino: quello di spiegare e di conferire un senso alla realtà nella quale vive. (B. Bettelheim, 1975)

Il termine deriva dalla radice latina fari (raccontare), ed è inteso come un componimento adatto ai bambini. La fiaba ha un origine millenaria, rappresenta un immenso contenitore di immagini e simboli che si ritrovano nei miti e nei rituali di epoche passate; la sua origine non è la semplice espressione di vane fantasie, ma la decomposizione di miti antichissimi che risalgono all’età in cui i popoli interpretavano in maniera simbolica l’aurora, il tramonto, il sorgere delle stelle…

La fiaba quindi rappresenta una “spiegazione generale della vita nota in tempi remoti”: fiabe, miti e leggende non furono forme superstiziose di conoscenza, ma forme ritualizzate dell’ansia che si genera quando la ragione è incapace di spiegare l’origine oscura dell’esistenza e le imprevedibili trasformazioni che la storia personale e collettiva determina.

Gli studiosi che hanno avuto a che fare con lo sviluppo e la formazione infantile si sono avvicinati con sospetto alla fiaba come prodotto educativo. E’ chiaro che lo scopo primo per cui veniva raccontata era quello di dare un avvertimento morale ai bambini, perché spiegava qualcosa che altrimenti sarebbe stato complesso da spiegare, che i bambini non potevano afferrare.

Se Bettelheim nei suoi studi è riuscito a dimostrare il valore terapeutico del racconto in grado, quindi di esorcizzare le ansie e le paure dei bambini, i pedagogisti moderni sono riusciti ad enfatizzare il suo valore educativo e pedagogico. L’educazione viene generalmente intesa come un metodo di guida, un’attività “che modella, che forma, che plasma”, ma l’educazione è anche intesa come sistema attraverso cui la cultura si trasmette da una generazione all’altra: trasmette comportamenti, valori, simboli, idee e ideologie. La fiaba ammonisce, trasmette istruzioni sui comportamenti da assumere e veicola un insegnamento morale, utilizzando una comunicazione che riesce perfettamente ad adeguarsi alle esigenze storiche e sociali che caratterizzano il contesto nel quale nasce e si diffonde.

Rafforzare in età prescolare queste abilità vuol dire promuovere “l’empowerment cognitivo”: un processo in cui il bambino rafforza l’autoregolazione e l’autodeterminazione, sviluppando parallelamente il sentimento del proprio valore e del controllo della situazione esperienziale, l’autostima e l’autoefficacia, riducendo i sentimenti di impotenza, sfiducia, ansia e tensione negativa.

La fiaba in tutto questo si identifica come uno strumento efficace, rappresenta una sorta di “script” o “copione” cioè una conoscenza globale della vita quotidiana: una iniziale forma di classificazione cui il bambino formerà successivi livelli di “generalizzazione”. Il costrutto di copione ha molti punti in comune con la narrazione perché esso comporta una diacronicità, un’articolazione soggetto-scopo, una concretezza, una scena. Tutte le storie presentano qualche situazione caratterizzata dal fatto che il personaggio persegue uno scopo, effettua azioni che in quella cultura sono ritenute appropriate allo scopo. Ben presto il bambino concentrerà la sua attenzione su singoli aspetti e funzioni: da queste analisi nasceranno i concetti (concetti-basic) che via via costituiranno il proprio sistema
concettuale.

E’ per questo motivo che la fiaba si distingue dal costrutto di script perché al suo interno inserisce l’imprevisto, l’eccezionalità: ad un certo punto della storia subentra un evento che crea una situazione di squilibrio deviando il corso delle azioni. La fiaba è anche un elemento molto importante in cui il bambino percepisce e accetta le norme sociali: ad esempio la differenziazione tra ruolo maschile e femminile, l’ideale di obbedienza, di gentilezza e di disponibilità verso gli altri, veicola pertanto un “saper fare” che l’individuo deve seguire per potersi realizzare socialmente. La fiaba utilizzata in modo sempre più valido e specializzato per l’età prescolare costituisce il luogo in cui il bambino può attribuire dei sentimenti rappresentando quindi un’altra occasione per la costruzione della “Teoria della mente”: raccontare le intenzioni, le emozioni, le idee dei protagonisti, implica la promozione di una teoria della mente senza necessariamente provare quelle stesse emozioni.

Buone Fiabe!

SIMONE MARIA DA CONCEICAO

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